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venerdì 13 agosto 2010

C.S. Lewis



«Noi non ci accontentiamo di vedere la bellezza, anche se il Cielo sa che gran dono sia questo. Noi vogliamo qualcos’altro, che è difficile esprimere a parole – vogliamo sentirci uniti alla bellezza che vediamo, trapassarla, riceverla dentro di noi, immergerci in essa, diventarne parte»


C.S. Lewis - Prima che venga notte

mercoledì 11 agosto 2010

Leggere&vivere



“Un libro l’ha scritto un altro, è un altro che ha sentito quelle cose. Ma come faccio a sapere, io, se quelle cose sono vere per me? Io devo viverle”.

Una scoperta recente: Irène Némirovsky

«Intanto, si sentivano all’inizio, alla vigilia di ogni cosa. Domani, tutto sarebbe stato ancora meglio! Ma i giorni passavano, la vita passava, e il meglio non arrivava. Quei domani continuamente attesi, e che continuamente, chissà perché, deludevano, erano ciò che alla fine faceva sfiorire la gioventù. E così presto! Ogni mattina, svegliandosi, Marianne pensava che la felicità era lì, finalmente, a portata di mano, e che non sarebbe stata solo la gioia, il piacere di un istante, ma un’altra cosa... Che cosa? Non lo sapeva. Aspettava».



«Spesso l’amore non è che il ricordo di un istante d’amore»


«Una ragazza che soffre, che è sola, appartiene a chi la vuol prendere. Per fortuna, gli uomini non lo sanno»


«Come ci si affretta ad amare quando si è giovani! Quanta paura abbiamo di aspettare! Quanta fretta di fare una scelta definitiva, di indirizzare la nostra vita in questa o quella direzione! Rinfacciamo all’esistenza quella parte di fatalità sulla quale non abbiamo alcuna possibilità d’intervento. Essa, al contrario, è fin troppo docile, malleabile; assume troppo facilmente, non dico la forma, ma almeno l’aspetto caricaturale dei nostri desideri...»



«Non pensate che ci accada di passare, senza riconoscerla, davanti alla strada che gli dei volevano farci prendere?»
«Perché non l’hanno fatto, allora?» mormorò Marianne sforzandosi di sorridere.
«Come saperlo? Forse i nostri desideri sono più forti della loro volontà»


«Vi attrae solo ciò che è frutto dell'immaginazione, ciò che sta ai margini della vita, quel certo alone che la circonda e che non è la vita...»

('Due', Némirovsky)

È facile sentirsi come il vecchio Holden, a volte

«Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l'autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira».

«La gente pensa sempre che le cose siano del tutto vere».

«E' buffo. Basta che diciate qualcosa che nessuno capisce e fate fare agli altri tutto quello che volete».

«Avrei messo questa regola, che quando venivano a trovarmi nessuno poteva fare cose fasulle. Se qualcuno cercava di fare cose fasulle, doveva andarsene».


«La cosa migliore di quel museo era che tutto stava sempre allo stesso posto. Nessuno si muoveva. Potevi andarci centomila volte, e quell'esquimese aveva sempre appena finito di prendere quei due pesci, gli uccelli stavano ancora andando verso il sud, i cervi stavano ancora abbeverandosi a quella fonte, con le loro belle corna e le belle, esili zampe, e quella squaw col petto nudo stava ancora tessendo la stessa coperta. Nessuno era mai diverso. L'unico a essere diverso eri tu. (...)
Certe cose dovrebbero restare come sono. Dovreste poterle mettere in una di quelle grandi bacheche di vetro e lasciarcele. So che è impossibile ma è un gran peccato lo stesso».

«Un sacco di volte uno non sa che cosa lo interessa di più finché non comincia a parlare di una cosa che non lo interessa di più».

«Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti».

(Il giovane Holden, Salinger)

mercoledì 7 aprile 2010

«Perché una mosca deve lottare contro l’universo? Perché una margheritina deve lottare contro l’intero creato?»


«Affermiamo che l’unico delinquente pericoloso è il delinquente colto; affermiamo che il delinquente più pericoloso, oggi, è il filosofo moderno che non riconosce legge alcuna. In paragone a lui, gli scassinatori e i bigami sono essenzialmente morali; il mio cuore palpita per loro: essi accettano gli ideali essenziali del genere umano, sono colpevoli soltanto di raggiungerli per una via sbagliata. I ladri rispettano la proprietà: essi desiderano semplicemente che la proprietà diventi loro, per poterla rispettare in modo più perfetto; ma i filosofi odiano la proprietà in se stessa, vogliono distruggere l’idea stessa di possesso personale. I bigami rispettano il matrimonio o non passerebbero attraverso la formalità altamente ufficiale e perfino religiosa della bigamia; ma i filosofi disprezzano il matrimonio in quanto matrimonio. Gli assassini rispettano la vita umana: essi aspirano semplicemente a conquistarsi una maggior pienezza di vita sacrificando quelle che considerano esistenze inferiori; ma i filosofi odiano la vita stessa.»


«Anche lei ha quell’eterna idea cretina che, se l’anarchia venisse, verrebbe dai poveri! E perché mai? I poveri sono ribelli, ma non sono stai mai anarchici: hanno più interesse di tutti che ci sia un governo che funzioni. Il povero è legato al proprio paese; il ricco no e se ne può andare nella Nuova Guinea col suo panfilo quando vuole. I poveri qualche volta hanno protestato contro un cattivo governo; i ricchi hanno sempre protestato contro qualunque governo. Gli aristocratici sono stati sempre anarchici: pensi alle guerre dei baroni».


« Perché se il segretario rappresentava il filosofo che ama la luce primigenia ed informe, Syme era la personificazione del poeta che cerca sempre di foggiare la luce in forme particolari, di suddividerla nei soli e nelle stelle. Il filosofo talvolta può amare l’infinito; ma il poeta ama sempre ciò ch’è compiuto: per lui il grande momento non è la creazione della luce, ma la creazione del sole e della luna».


«Perché ogni cosa sulla terra combatte contro ogni altra cosa? Perché ogni piccola cosa al mondo deve lottare contro tutto il mondo? Perché una mosca deve lottare contro l’universo? Perché una margheritina deve lottare contro l’intero creato? Per la stessa ragione per cui io dovevo essere solo nel terribile Consiglio dei Giorni: affinché chiunque obbedisce alla legge possa conoscere la gloria e l’isolamento dell’anarchico; affinché ogni uomo che combatte in nome dell’ordine possa essere coraggioso e buono come il dinamitardo; affinché la menzogna di Satana possa essere ributtata in faccia a questo bestemmiatore; affinché nelle lacrime e nelle tortura ciascuno di noi possa meritarsi il diritto di dire a quest’uomo: “Tu menti!”. Nessuna sofferenza può essere troppo grande, per comprarci il diritto di dire a costui che ci accusa: “Abbiamo sofferto anche noi”».







da L'uomo che fu giovedì di G. K. Chesterton

martedì 6 aprile 2010

Etty Hillesum


«Una volta vivevo sempre come in una fase preparatoria, avevo la sensazione che ogni cosa che facevo non fosse ancora vera "vera", ma una preparazione a qualcosa di diverso, di grande, di vero, appunto. Ora questo sentimento è cessato. Io vivo, vivo pienamente e la vita vale la pena viverla ora, oggi, in questo momento; e se sapessi di dover morire domani direi: mi dispiace molto, ma così com'è stato, è stato un bene».


«E' tipico che io voglia essere sempre desiderata dall'uomo, che la nostra femminilità sia sempre la suprema conferma del nostro essere mentre è cosa quanto mai primitiva. I sentimenti di amicizia, stima, amore per noi donne in quanto persone sono tutte belle cose - ma in fin dei conti, non vogliamo forse che l'uomo come tale ci desideri come donne?».


«Certe volte mi capita di pensare: la mia vita è completamente sbagliata, c'è un errore: ma questo capita solo quando ci si fa una determinata idea della vita, rispetto a cui può apparire sbagliato come realmente viviamo».


da Diario (1941-1943) di Etty Hillesum

giovedì 31 dicembre 2009

Stoccata di Tolstoj contro un certo tipo di sapienza



Così pure non rimprovereranno il padrone coloro che fanno la sua volontà, gli uomini semplici, gli ignoranti, coloro che noi consideriamo delle bestie; ed invece noi, i sapienti, mangiamo a quattro palmenti tutto quel che è del padrone, ma, quanto a fare quello che il padrone vuole da noi, non ci pensiamo nemmeno, e, invece di lavorare, ci sediamo in cerchio e cominciamo a cavillare: "Perché mai muovere un pezzo di legno. E' una stupidaggine". Pensiamo e ripensiamo. Finché arriviamo alla conclusione che il padrone è stupido oppure che non esiste, e che noi invece siamo intelligenti, soltanto sentiamo che non serviamo a nulla e che, in un modo o nell'altro, bisogna che ci sbarazziamo di noi stessi.


da "La confessione" di Tolstoj

La coscienza di Zeno



Faccio quest'intervento perché oggi ho riletto un paio di frasi di questo libro che mi ero annotata ad agosto.
Ho sentito molte critiche negative contro questo libro tra i miei amici e non ne capisco il motivo. L'ho letto per la scuola quest'estate e la storia non l'ho trovata affatto noiosa, salvo alcune rare parti in cui si segue un po' più malvolentieri. Credevo di trovare una narrazione disordinata ma non è così: non si tratta, come qualche ignorante vorrebbe far credere, del caotico delirio di un pazzo. Non c'è angolo della mente di Zeno che non venga indagato... e questo è affascinante! 
Da qui a condividere il punto di vista da cui Svevo analizza la realtà ce ne passa, né sono così ingenua da non avere notato che l'opera è impregnata di un beffardo pessimismo. Ad ogni modo ho apprezzato lo stile ironico e brillante dell'autore.

Che io forse abbia tanto amato tanto la sigaretta per poter riversare su di essa la colpa della mia incapacità? Chissà se cessando di fumare io sarei diventato l'uomo ideale e forte che m'aspettavo? Forse fu tale dubbio che mi legò al mio vizio perché è un modo comodo di vivere quello di credersi grande di una grandezza latente.

sabato 3 ottobre 2009

L'enigma dell'alfiere

More about L'enigma dell'alfiere

di Van Dine

La grandezza di questo giallo non si capisce dalla prima pagina, bisogna pazientare un po' - non più di due o tre capitoletti, beninteso.
La vicenda è resa particolarmente intrigante dall'idea (sempre buona) delle filastrocche infantili sulla base delle quali il pazzo-genio-diabolico colpisce. Non manca la suspense, né i colpi di scena: l'autore riesce a infilarne uno persino nell'ultimissima pagina, quando ormai si è già scoperto l'assassino, anch'esso inaspettato.
E che dire del protagonista, Philo Vance? Un mito, già il fatto che nel tempo libero si diletta a tradurre commedie di Menandro è sufficiente per farmelo adorare. E' una sorta di dandy: elegante, colto, superiore... dal fascino indiscutibile. Affascinanti anche i personaggi intorno a lui.

giovedì 1 ottobre 2009

Le parole non le portano le cicogne



"Desiderio [de-sidera] è guardare le stelle e chiedere che da loro scenda qualcosa"


Roberto Vecchioni? un uomo che stimo moltissimo. Le sue canzoni? meravigliose. Questo libro? non male, ma speravo meglio... continuo a preferire il Vecchioni cantautore.
Lui le parole le sa usare benissimo, ma, parlando per bocca della protagonista, usa un linguaggio spesso sgangherato e discorsivo che, secondo me, non gli si addice - ma questo è soggettivo e dipende dal mio "gusto". Ciò non toglie che la bellezza delle parole emerge in più momenti.
La storia come omaggio alla parola e al linguaggio sarebbe splendida, ma ho trovato i personaggi e le loro vicende ingombranti e rumorose.

sabato 26 settembre 2009

L'onorevole arte che esige lentezza



"Filologia, infatti, è quell'onorevole arte che esige dal suo cultore soprattutto una cosa: trarsi in disparte, lasciarsi tempo, divenire silenzioso, divenire lento. [...] Ma proprio per questo essa è oggi più necessaria che mai: è proprio per questo che essa ci attira e ci affascina così fortemente, nel cuore di un'epoca del “lavoro”, intendo dire della fretta, della precipitazione indecorosa e sudaticcia, che vuol “sbrigare" immediatamente ogni cosa, anche ogni libro antico e nuovo. Per una tale arte non è facile sbrigare una qualsiasi cosa: essa insegna a leggere bene, cioè a leggere lentamente, in profondità, guardandosi avanti e indietro, con pensieri reconditi, lasciando porte aperte"...
(Nietzsche)

mercoledì 15 luglio 2009

Un uomo e il suo gatto

Me la presi con Thermal, invece. Lo ignorai completamente ed è una cosa che non tollera. Ma ebbe il suo effetto perchè lui passò immediatamente al programma "micino delizioso", che consiste nel mettersi a pancia in su lanciando occhiate adoranti, e in una certa dose di zuccatine alle caviglie.
Fece un ottimo lavoro e non ci mise molto a intenerirmi, allora potè passare alla fase numero che consiste principalmente nella raffinata arte di sgusciar via proprio quando uno si china ad accarezzarlo.
Qui il tempismo è tutto e, se il micio ci sa fare, il padrone resta lì con le ginocchia piegate, un braccio teso e le mani che carezzano l'aria mentre una coda sdegnosa, appena fuori portata, fa l'alzabandiera e segnala "vaffanbagno".


"C'è un tale alla radio che si lamenta per la scarsa varietà di regali natalizi per i gatti."
"E' ridicolo!"
"Eccome!"
"Peccato che certa gente non abbia niente di meglio da pensare."
"Bisognerebbe rinchiuderli."
"Sono d'accordo."
Non c'è nulla di più appagante di una disputa intellettuale senza esclusione di colpi, e così con un sorriso soddisfatto Aileen andò nel suo studio [...]. E lasciò me ad affrontare un quesito spinoso. Dopo quel piccolo scambio d'opinioni, come avrei fatto a consegnare a Thermal la sua scatola di salmone, la mattina di Natale? Era già avvolta nella carta da regali con un disegno molto carino, mi pareva - un coniglietto con gli stivali e il berretto col pom-pon - e si trovava sotto l'albero insieme alle due palline da ping pong, al topolino di panno imbottito di erba gatta e a un'enorme fetta da formaggio aux fines herbes di cui andava pazzo.
Avrei dovuto alzarmi un po' più presto, così noi due avremmo potuto aprire insieme i nostri regali prima di portare ad Aileen la sua tazza di tè.

da "Il gatto che venne dal freddo", di Deric Longden


Lo scrittore insieme alla moglie Aileen

mercoledì 24 giugno 2009

More about Il mondo, la carne e padre Smith

Il mondo, la carne e Padre Smith
Bruce Marshall

"Cosa crede che aspetti tutta quella gente, lì in coda? Non aspetta forse di togliersi la sete dell'avventuroso, del romantico, del bello? E Dio è infinitamente più avventuroso, più romantico e più bello di qualunque protagonista di film, ma la gente non lo sa."



"Il fatto che un peccatore possa elevarsi fino alla pratica della virtù cristiana costituisce una prova soprendente della grazia di Dio, mentre il fatto che un uomo virtuoso possa in uno o due casi abbassarsi fino a peccare è una prova assai meno sorprendente dell'inevitabile vittoria del diavolo."



"Forse s'erano serviti troppo di frasi fatte, infagottando la verità di Dio in roba fabbricata in serie invece di vestirla di parole individuali ed efficaci, tagliate su misura da loro stessi".




La vicenda è la semplice storia della vita di Padre Smith, sacerdote puro, buono, sempre alla ricerca di Dio.

Il libro è pieno di riflessioni che si presentano al lettore con molta semplicità, grazia, ironia ma che portano con sè molta saggezza e profondità.

Marshall merita di essere più conosciuto, tanto più che, da quel che ho letto, è stato davvero un uomo ammirabile.


mercoledì 8 aprile 2009

Repetita Iuvant

Condivido con voi queste parole, lette proprio ieri. C'è poco da dire: mi hanno enormemente colpito, è proprio lo sguardo che voglio avere.


da "Si può vivere così?" di Luigi Giussani.

La misericordia del Signore sta proprio nella pazienza con cui ripete nel tempo le cose; ripetendo e poi ripetendo (...) finalmente queste parole penetrano nel nostro cervello, fino a incominciare a penetrare il cuore. Prima penetrano il cervello e perciò non vogliono dire ancora quasi nulla, ma poi penetrano nel cuore e allora incominciano a voler dire qualcosa.


Bisogna guardare in faccia, dovete abituarvi a guardare in faccia queste parole; anche soltanto avere lì la parola davanti agli occhi e guardarla, poco o tanto, vi fa penetrare da essa. Se poi guardarla è anche nello stesso tempo una domanda a Dio: Signore, fammi capire questa parola, allora diventa più sollecita la risposta e voi riuscite a capire più in fretta la grandezza di certi termini - grandezza perchè abbracciano la vita - e la soddisfazione del cuore che certi termini provocano, producono: la gioia che producono, perchè non c'è nessuna sorgente di gioia se non la verità di parole che si ripetono per indicare qualcosa di vero, di vivo e di finale.


mercoledì 3 dicembre 2008

da "Cuore di cane", Bulgakov

"Si può anche trapiantare l'ipofisi di Spinoza o di qualche altro individuo e trasformare un cane in un essere straordinariamente evoluto, ma, mi domando perchè diavolo si dovrebbe farlo... Spiegatemi, per favore, per quale ragione si dovrebbero creare in laboratorio degli Spinoza quando qualunque donnetta potrebbe prima o poi concepirne uno? [...] Dottore, è l'umanità a provvedere da sola a questo, e per via evolutiva ogni anno, incessantemente, crea decine di considerevoli geni, a gloria dell'universo, selezionandoli da ogni sorta di feccia."


Credo che sia questo, dopotutto, oltre alla feroce satira al regime comunista, evidente anche a me che non sempre colgo queste sfumatore storico-sociali, il messaggio del libro. Semplice, sì. Allora perchè esattamente 80 anni dopo (la prima edizione di questo libro fu del 1928) la società pare non averlo capito, e preferisce fare esperimenti in provetta (dalla fecondazione alle chimere, più tutte le cose in mezzo che francamente ignoro) piuttosto che promuovere la seconda soluzione, più naturale e, detto tra noi, migliore?
Comunque, il libro mi è assai piaciuto. Si vede che l'autore è russo, è proprio un libro geniale. Non che ci siano chissà quali trovate (be', l'idea dell'uomo-cane forse per quei tempi era innovativa), ma proprio per come scrive. Insomma, lui è proprio brillante. E' ironico. E' un piacere leggerlo.
Già solo il fatto che il cane Pallino da umano decide di chiamarsi di cognome Pallini, basterebbe a farlo amare. Sì lo so, quello è un merito della traduzione.
Poi Bulgakov non è che ti scriva la morale o chissà quale riflessione, sei tu che te la devi trovare. L'autore è intelligente e vuole che anche il suo lettore lo sia.
Per ora, basta; devo uscire. Tornerò a parlarne.

venerdì 12 settembre 2008

Con quale autorità?


Ho letto su "Nel territorio del diavolo" di Flannery O'Connor una frase che dice, parlando di come dev'essere una buona storia:
il lettore deve avere la sensazione che si svolga intorno a lui.
Ed è esattamente quello che succede leggendo questo libro! Meriterebbe di essere più famoso.
Le vicende dei personaggi mi hanno davvero presa, mi ha entusiasmato il fatto che viene raccontato un pezzo di storia in cui la Chiesa romana è perseguitata (in Inghilterra, a causa della riforma) e dunque si leggono ritratti di cristiani forti e ammirabili.
E' il tipo di libro che riesce a rimettere in discussione la mia fede, e che molto spesso ne esce fortificata.
Bello!

(p.55) Temete la gloria poichè la vergogna è vicina. Desiderate la vergogna poichè ad essa di sicuro seguira la gloria


lunedì 25 agosto 2008

Martin Eden





ATTENZIONE: SPOILER! IL POST CONTIENE DELLE RIVELAZIONI SUL FINALE DEL LIBRO, PIU' CHE ALTRO VERSO LA FINE.

Questo ragazzo nella foto, a quanto pare, è Jack London. Strano: non me lo immaginavo così. Leggendo le poche righe di biografia che ci sono nell'introduzione mi sarei aspettata tutt'un altro tipo... più rude, triste, con qualcosa di sfuggente negli occhi. Invece qui sembra dolce, simpatico.
Non avevo letto niente di suo, prima di leggere Martin Eden. L'ho scoperto grazie ad anobii (http://www.anobii.com/anobi/person_home.php): trama affascinante, commenti entusiasti.

Questa è la trama del libro, su bol (http://www.bol.it/home/hp):
Il protagonista è un marinaio americano che, avendo salvato un 'giovin signore' coinvolto in una rissa, finisce casualmente per frequentare il mondo borghese, salotti colmi di libri e fanciulle eteree. Tra l'iniziale timidezza e una irresistibile attrazione per il nuovo ambiente, Martin Eden dovrà misurarsi con due impreviste passioni: la giovane Ruth Morse e la letteratura. Attraverso sogni delusi e speranze che sembrano sfumate, l'itinerario verso la conquista di una fama che si rivelerà effimera sarà costellato dal conflitto tra le sue origini modeste e una cultura che comunque gli è estranea. I propositi di riscatto sociale e l'inclinazione per i miti borghesi del successo e della ricchezza - che spesso hanno provocato giudizi contrastanti su molti personaggi di London - si dilegueranno di fronte alla consapevolezza di una inevitabile alienazione.

La prima cosa che mi è piaciuta è stata la scrittura di London: una delle più piacevoli che io abbia mai letto! Ho subito iniziato a copiare periodi nel diario, mi piace troppo come scrive. Vi farò qualche esempio.

La sua sensibilita era acuta, la sua timidezza era estrema e l'occhiata divertita che l'altro gli lanciò di soppiatto di sopra al margine della lettera gli bruciò dentro come una pugnalata. Vide l'occhiata, ma non dette segno di essersene accorto, perchè, fra le cose che aveva imparato, c'era anche la disciplina. E poi, quella pugnalata aveva ferito il suo orgoglio. Maledì se stesso per essere venuto e, al tempo stesso, decise che, dal momento che era venuto, sarebbe andato sino in fondo, qualsiasi cosa capitasse. I tratti del viso gli si indurirono e nei suoi occhi spuntò una luce bellicosa.
Trovo che questo pezzo sia fantastico! Mi piace l'insieme, mi piacciono i dettagli: l'occhiata, la pugnalata, "fra le cose che aveva imparato, c'era anche la disciplina", la luce bellicosa, la reazione di Martin. E' un carattere che mi ha affascinata sin dall'inizio.

"Scusi, signorina, se m'impiccio a questo modo. Mi figuro che la verità è che io non so mica niente di queste cose. Non è il mio genere. Ma lo farò diventare il mio genere"
Queste parole ebbero un accento di minaccia. La voce era decisa, gli occhi lampeggiavano; i tratti del viso si erano fatti duri.
Dai, come si fa a non amare un personaggio così, che dice "lo farò diventare il mio genere"? Qui, come vedete, è ancora ignorante e sgrammaticato.

Aveva avuto fame d'amore per tutta la vita. La sua natura anelava all'amore. Era una necessità organica dell'esser suo. Ciò nonostante ne aveva sempre fatto a meno e si era indurito di conseguenza. Non aveva mai saputo di aver bisogno d'amore. Nè lo sapeva allora. Semplicemente, lo vedeva in atto, ne fremeva di piacere e lo giudicava bello, alto e stupendo.
L'unico dubbio è l'uso della parola "stupendo", non è una ripetizione? è molto simile al significato di "bello". O forse si tratta di climax?

Fino a un certo momento avevo pensato che l’unica cosa che mi tenesse irresistibilmente legata al libro fosse la scrittura di London… Ma dietro c’era molto di più! Martin è davvero un modello, un esempio per me; leggere questo libro fa davvero venire voglia di essere una persona migliore. E, ancora meglio, la cosa risulta possibile. Mi lamentavo dei compiti? Mi lamentavo del poco tempo a disposizione, sprecando intanto innumerevoli minuti e ore?
Detto così, sembra che questo libro inciti allo stacanovismo. No, no! Martin cambia radicalmente per amore della bellezza e della ricca e colta Ruth. Ed è il suo cambiamento a essere stupefacente. Dice la quarta di copertina:

“L'epopea della volontà, della forza che abbatte gli ostacoli, della visione infuocata, della meta da raggiungere. London coniuga la vitalità e la scrittura in un composto unico e indivisibile. Questo è il racconto insuperato di un uomo che vuole scrivere. Ma, raggiunto lo scopo, altri assoluti orizzonti emergono. Il finale di Martin Eden è tra i più importanti di tutta la nostra storia letteraria."

Lo trovo un commento brillante. Se già la forza di volontà è qualcosa che devo assolutamente imparare ad avere, figuriamoci se non vengo affascinata da un personaggio che ha tale forza nello studio, nello scrivere, nel migliorare se stesso, nell'amore.


Mi accingo ora a fare una citazione molto lunga, perchè secondo me è un punto chiave del libro. La prima parte, quella a proposito del signor Butler, mostra quel che dicevo poc'anzi: la volontà di lavorare in Martin non è stacanovismo. Le sue parole espresse in maniera così grossolana (ma neanche tanto) sono giustissime, e mi ricordano molto il messaggio di "L'eterna illusione" di Frank Capra (un giorno ve ne parlerò), film peraltro superbo.
L'atteggiamento di Ruth dà un po' sui nervi ma, ahimè, è umano.
Vorrei tanto avere una mente come quella di Martin, anche se temo di assomigliare più a Ruth.
Segue la famosa citazione:
"Sa" aggiunse "mi fa pena il signor Butler. Era troppo giovane per aver giudizio, ma ha rinunciato alla vita per amore di trentamila dollari l'anno, che per lui sono proprio sprecati. Perdinci, trentamila dollari in cifra tonda, oggi non gli possono comprare quello che gli potevano comprare dieci di quei centesimi che metteva via quando era piccolo, in caramelle, o in noccioline, o in un posto in un loggione."
Era proprio quest'originalità di vedute che sbalordiva Ruth. Non solo per lei erano nuove e contrarie alle sue credenze, ma anche e sempre vi sentiva i germi di una verità che minacciava di sovvertire o di modificare le sue stesse convinzioni. Se avesse avuto 14 anni invece di 24, avrebbe potuto cambiare, ma aveva 24 anni, era conservatrice per natura e per educazione, e già era cristallizzata in quella celletta della vita nella quale era nata e si era formata. E' vero che quei bizzari giudizi la turbavano al momento in cui venivano enunciati, ma ella li attribuiva al suo carattere insolito e al suo strano modo di vivere, e non tardava a dimenticarli. Nondimeno, mentre li disapprovava, la forza dell'enunciazione e il lampeggiare degli occhi e l'animazione del viso che li accompagnavano le davano sempre un'emozione e l'attiravano a lui. Non avrebbe ma indovinato che quell'uomo, venuto da oltre il suo orizzonte, si lanciasse, in quei momenti, oltre il suo orizzonte con i suoi concetti più vasti e più profondi. Le limitazioni di lei erano segnate dai confini del suo orizzonte, ma le menti limitate non riconoscono che le limitazioni altrui.

Anche se avrei ancora molto da citare mi conviene tagliare, se no chi avrà più il coraggio di leggere questo blog? Faccio solo delle considerazioni finali, e un commento sulla prefazione. Poichè ci sono alcune cose che non ho capito, altre che vorrei approfondire.
Questi i miei dubbi principali:
  • a proposito dei discorsi filosofici, che, sia detto per inciso, pur non comprendendo molto non ho trovato pesanti poichè scorrevano e non erano troppi; ora vorrei proprio sapere chi fosse Spencer e vorrei sapere di più anche riguardo Marx e Nietzsche, perlomeno in relazione al romanzo.

L'introduzione di una certa Fernanda Pivano (io non la conoscevo, ma mia mamma mi ha detto che è molto famosa) mi lascia perplessa per diversi motivi:
  • nel riassunto di due pagine buone che fa del romanzo (continuo a pensare che sia una sciocchezza rivelare così tante cose nell'introduzione... per quello esiste la postfazione, no? Visto che sono una delle poche ragazze in Italia che legge le introduzioni, perchè non accontentarmi? Credo che Martin Eden sarebbe stato d'accordo con me) ella afferma che Martin era un socialista. Ora, io ripeto di averci capito poco di queste questioni politico-filosofiche; ma non era esattamente il contrario? Di una cosa sono certa: egli durante il comizio è contro il socialismo, e leggendo quest'introduzione tale sfumatura non è rilevata. Sarò pignola, ma secondo era il caso di rilevarla, poichè dall'equivoco che nasce nascono non pochi casini per il nostro Martin. Qualcuno che mi illumini?
  • La signora Fernanda afferma: "Martin Eden si uccide perchè gli viene meno la fede nel socialismo". Alcuni mi prendono in giro perchè vedo comunisti dappertutto, ma Fernanda un po' lo sembra sul serio! Io devo ancora riflettere sui molteplici motivi che portano al suicidio Martin, ma sono certa che il suicidio di lui non figura tra questi. E, se anche io sbagliassi e vi figurasse, non è certo il motivo principale da citare. Non pensiate che lei ne enumeri altri: questo è l'unico che dà.
Magari si scopre che sto sbagliando io, e sto facendo la figura dell'ignorante presuntuosa. Pazienza, tanto qui siamo tra amici.
  • chiara svista: (parlando di London) "all'inizio del 1916 si dimise dal partito in disapprovazione della posizione socialista nella Seconda Guerra Mondiale."
    Questa fa ridere... Però toglie ai miei occhi quel poco di serietà che era rimasta a quest'introduzione. Svista sua, svista della stampa, poco importa; ma non si poteva curare meglio l'introduzione di un capolavoro? Se avessi scritto una cosa così in un tema, la mia prof d'italiano avrebbe scritto un ARG enorme.

Per finire, dieci ragioni per leggere Martin Eden. Le scrivo di getto, senza troppe analisi:
1) lo stile è coinvolgente. E' raro che uno riesca ad assaporare le frasi in ogni momento, che ogni tanto non venga voglia di leggere veloce, che ogni tanto non si debba rileggere un periodo perchè non s'è capito nulla. Qui, quando rileggi, è perchè è troppo bello e lo vuoi risentire.
2) efficacia delle parole. Non è semplice da spiegare. Leggendo il punto 1, vi potreste aspettare uno stile alla Grisham: incalzante, semplice. Da thriller. E invece (merito va anche alla traduttrice, certo) qui le parole sono scelte con cura, le frasi sono così belle che a volte feriscono (mi spiace se l'ho detto in modo stucchevole ma non ne ho trovato un altro)
3) sei dentro alla vicenda. Non provavo una cosa del genere dai tempi di 1984 di Orwell. E' proprio come se fossi il protagonista: quando è entusiasta lo sei anche tu, quando è depresso diventi apatico anche tu
4) personaggi veri. E' con i dettagli che London li rende così vivi e ci fa sentire quello che sentono loro. Ruth che vorrebbe appoggiare le sue mani sul collo di Martin, lui che dopo averla vista pare ubriaco, il singhiozzo che Lizzie maschera con un colpo di tosse... tantissime cose.
5) i pensieri di Martin. La sua sconcertante profondità, sia quando è rozzo, sia dopo
6) forza di volontà, come valore importante e accessibile, a condizione che siate motivati da qualcosa di grande
7) la storia d'amore, anche se poi risulta che proprio amore non lo era. E' comunque appassionante e la bellezza del sentimento viene descritta con efficacia
8) e, più in generale, la storia. L'ho trovata appassionante
9) il finale: tragico. Una delle cose più belle che siano state scritte. Disarmante. Non è possibile assistervi con passività
10) per chi vuole scrivere direi proprio che è il libro ideale

domenica 24 agosto 2008

Libri letti quest'estate

Una vita da lettore - Nick Hornby
E' un problema - Agatha Christie
Nuovi consigli del diavolo custode - Rino Cammilleri
Barabba - Pär Lagerkvist
Scendete lacrime, disse il poliziotto - Philip Dick
Grace Kelly - Robert Lacey
A cena con Anna Karenina - Gloria Goldreich
Il problema della sofferenza - C. S. Lewis
Martin Eden - Jack London
Delitto e castigo - Fedor Dostoevskij
I quattro amori - C. S. Lewis
Con quale autorità? - Robert Benson
Nel territorio del diavolo - Flannery O'Connor
La liberazione del gigante - Luis De Wohl

Quest'estate ho letto davvero con piacere, e con profitto. Da quando ho creato un diario in cui faccio citazioni e commenti sul libro che sto leggendo, leggo in modo diverso: mi sento provocata, quasi sempre il libro crea in me delle domande. Mi sembra davvero che ciò che leggo diventi "parte di me" (un po' abusato questo modo di dire, ma così ci siamo capiti).
Inoltre ho iniziato anche a leggere i quotidiani, per cui posso dire davvero che sto facendo dei grandi salti di qualità intellettualmente.
I libri sarà meglio che li commenti non in questo post ma uno a uno (non tutti, non vi preoccupate), e magari inserirò le citazioni preferite. Ovviamente non potete pensare che metterò tutto quello che ho scritto nei miei diari, ma li potrete leggere integralmente dopo che sarò morta e il mondo scoprirà con piacere questi tesori: le letture giovanili di una grande scrittrice. Ok basta, meglio che io taccia. Mi metto subito a commentare i libercoli letti!

martedì 5 agosto 2008

Caro Bogart



Mi aspettavo qualcosa di meglio!
Certo, la storia di Humphrey Bogart (e di sua moglie) è interessante e lui è stato un uomo affascinante del quale per certi aspetti ho una grande stima, però secondo me poteva essere trattata meglio. Spesso non ho capito che cosa pensava l'autore di un argomento, e sono rimasta un po' delusa dal vedere sminuiti film secondo me molto belli.

venerdì 1 agosto 2008

da "I fratelli Karamazov"

da libro V, capitolo IV

-Più di una volta lo starec Zòsima ha parlato di questo- osservò Alesa; -anch'egli diceva che il volto dell'uomo per molte persone ancora nuove all'amore, è spesso un impedimento ad amare. Però nel mondo c'è ancora molto amore, quasi simile all'amore di Cristo, io lo so, Ivàn...-
-Ebbene, io per adesso non lo so e non lo posso capire, e come me non lo capisce l'enorme maggioranza degli uomini. Il problema è questo: ciò proviene dalle cattive qualità degli uomini o semplicemente dal fatto che la natura umana è così? Secondo me, l'amore di Cristo verso gli uomini è, nel suo genere, un miracolo impossibile sulla terra. E' vero che Lui era Dio. E noi non siamo dèi. Ammettiamo, per esempio, che io sia capace di soffrire profondamente; un altro uomo non potrà mai sapere sino a che punto io soffra, perchè è un altro, diverso da me e, soprattutto, perchè è raro che una persona acconsenta a riconoscere la sofferenze di un'altra (come se si trattasse di una onorificenza). Perchè, secondo te, non le vuole riconoscere? Perchè, per esempio, io mando cattivo odore, perchè ho un visto stupido, perchè una volta gli ho pestato un piede. Inoltre c'è sofferenza e sofferenza: una sofferenza che mi avvilisca, per esempio la fame, il mio benefattore può ancora concedermela; ma una sofferenza un pochino più elevata, per un'idea, poniamo, quella non la ammetterà se non in casi rari, magari perchè, guardandomi, riterrà che non ho il viso che, secondo lui, dovrebbe avere un uomo che soffre per quella tale idea. Ed ecco che subito mi priva dei suoi benefici, e magari non lo farà neppure per malvagità di cuore. I poveri, specialmente quelli di buona famiglia, non dovrebbero mai mostrarsi alla luce del sole, ma chiedere l'elemosina attraverso i giornali. In astratto si può ancora amare il prossimo e talvolta anche da lontano, ma da vicino quasi mai. Se tutto avvenisse come a teatro, nei balletti, dove i poveri arrivano in scena vestiti di cenci di seta e di merletti strappati, be'... allora si potrebbero guardare con compiacenza. Guardarli con compiacenza, dico, amarli però proprio no!

(...)

Ma i bambini... che ne faremo allora dei bambini? Questo è un problema che non posso risolvere. Per la centesima volta ripeto: i problemi sono molti, ma io ho trattato soltanto quello dei bambini, perché qui è innegabilmente chiaro ciò che devo dire. Ascolta: se tutti devono soffrire per conquistare con la sofferenza l'eterna armonia, che c'entrano i bambini? Dimmelo, ti prego. Non si capisce assolutamente perché essi debbano soffrire e perché debbano conquistare quest'armonia con le loro sofferenze! Perché anche i bambini servono da materiale e da concime per preparare agli altri la futura armonia? Comprendo la solidarietà tra gli uomini nel peccato, comprendo la solidarietà anche nell'espiazione, ma questa solidarietà nel peccato non riguarda i bambini e, se la verità consiste veramente nel fatto che essi sono solidali con i padri in tutti i delitti da questi commessi, una tale verità non è di questo mondo, e io non la capisco. Qualche bello spirito dirà magari che tanto anche il bambino crescerà e avrà tempo di peccare, ma quel bambino di otto anni sbranato dai cani non era ancora cresciuto... Oh, Alesa, io non bestemmio, no! Comprendo come dovrà scuotersi l'intero universo quando tutte le voci in cielo e in terra si uniranno in un unico inno e tutto ciò che vive o è vissuto griderà: "Tu hai ragione, Signore!", allora si avrà veramente l'apoteosi di ogni conoscenza e tutto si spiegherà. Ma proprio qui sta il problema, ed è proprio questo che io non posso accettare. E, finchè sono sulla terra, mi affretto a prendere le mie misure. Vedi, Alesa, se io vivrò sino a quel momento o risorgerò per vederlo, forse anch'io, guardando la madre che abbraccia il carnefice di suo figlio, griderò con gli altri: "Hai ragione, Signore!", ma è proprio questo che non voglio fare. Perciò, mentre sono in tempo, corro ai ripari e rifiuto nel modo più assoluto la suprema armonia. Essa non vale una sola lacrima di quella bambina martoriata che si batteva il petto con i piccoli pugni e pregava il "buon Dio" nel puzzolente sgabuzzino... Non le vale, perchè quelle lacrime sono rimaste da riscattare e, se non sono riscattate, non ci può essere alcuna aromia. Ma in che modo, come le riscatti? E' possibile? Con il vendicarle più tardi? ma che mi importa la vendetta, che mi importa l'inferno per i carnefici e a che cosa può esso servire quando i bambini sono già stati martirizzati? E di che armonia si può parlare se esiste l'inferno? Io voglio perdonare, voglio abbracciare tutti, ma non voglio che si continui a soffrire. E se le sofferenze dei bambini sono servite a completare la somma di sofferenze occorrente per pagare la verità, affermo sin d'ora che nessuna verità vale questo prezzo. Insomma, non voglio che la madre abbraccie il carnefice che ha fatto sbranare dai cani il suo figliuolo! E si guardi bene, questa madre, dal perdonarlo! Se proprio vuole, gli perdoni dentro di sè la propria parte di terribile angoscia materna, ma le sofferenze del suo bambino straziato non ha il diritto di perdonarle.

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